Racconti

Autobiografia irregolare del re dei giornalisti

Chi tra Eugenio Scalfari e Indro Montanelli merita la corona del meglio figo del bigoncio della carta stampata?

Indro Montanelli

La recente scomparsa di Eugenio Scalfari, l’ultimo dei grandi vecchi del giornalismo nostrale, ha tra l’altro dato corpo a una disputa di pareri su chi, tra il fondatore di “Repubblica” e un altro fuoriclasse della genìa degli scribi, Indro Montanelli, meritasse il trono del meglio figo del bigoncio della carta stampata.
Nella selva dei pareri i più dissimili che ne è scesa, il giudizio probabilmente più condivisibile è quello salomonico di chi ha definito il primo un inarrivabile imprenditore della editoria, il secondo un imbattibile campione della scrittura sic et simpliciter. Scalfari non fu mai uno scrittore lieve, le sue lenzuolate dal tono oracolare e assertivo inducevano spesso allo sbadiglio. La sua scrittura fu distante anni luce dallo stile vigoroso di un Giorgio Bocca, da quello piano ed elementare di un Enzo Biagi e da quella appunto inarrivabilmente limpido del genio di Fucecchio. La cui prosa incantava i lettori che egli riteneva essere i soli suoi padroni. Avendone ben donde.

Eugenio Scalfari

E nel novero delle prove che attestano lo straordinario, magnetico talento del giornalista toscano potremmo bensì inserire anche questo ultimo libro, in vendita dai primi di luglio. Un volume il cui titolo è tutto un programma “Se non mi capite, l’imbecille sono io – Autobiografia di un genio italiano” (Rizzoli, pagine 320, euro 18,50). Il vecchio Cilindro era un pessimista a tutto tondo. Una volta disse che, raggiunto il mondo dei più, i suoi affezionati lettori lo avrebbero dimenticato. Mai vaticinio fu più infelice. Il memoir di cui qui si discetta sta vendendo bene. Questo vuol dire con tutta evidenza che, a oltre vent’anni dalla morte (22 luglio del 2001), il fondatore de Il Giornale continua a essere pubblicato e letto come nessun altro dei suoi colleghi. E dunque eccoci ancora una volta a confrontarci con il suo stile inimitabile (“per me – diceva – è un fatto puramente di orecchio e di ritmo”), con i suoi aforismi, con l’interpretazione della storia, della politica, della cultura e dei suoi personaggi.
La prima parte del volume disvela un Montanelli intimo: l’imbarazzo con la madre Maddalena Doddoli, quando questa gli confessa di essere intimidita dal figlio diventato famoso; o la tenerezza con cui vede invecchiare la moglie Colette, “il mio ultimo e più grande amore” come amava ripetere.
Montanelli era legatissimo alle sue origini. E quanto lo fosse emerge dal ritratto mirabile che egli tratteggia del padre Sestilio, insegnante e preside, appartenente a un ramo cadetto di una famiglia che aveva dato i natali a un personaggio del Risorgimento. Sestilio, annotava il figlio “era un ragazzo intelligente e predisposto agli studi che veniva su a forza di zuppe di fagioli e 10 in pagella”. La carriera di Indro (mascolinizzazione della divinità indiana Indra)  anche se il suo nome per intero era Indro Alessandro Raffaello Schizògene, cominciò con una lettera di presentazione del corrispondente da Fucecchio, Ottorino Freschi, al direttore della “Nazione”, Aldo Borelli, che non c’era e non poté ricevere il ragazzo, che comunque avrebbe assunto qualche anno dopo al “Corriere della sera”. Il resto è leggenda.
Un’ampia sezione del libro è dedicata ai conti con la storia, spesso vissuta e raccontata in prima persona. Pagine in cui emerge il Montanelli migliore, che riusciva a scontentare tutti per amore di verità. Per esempio a proposito della rivolta d’Ungheria del 1956 così scriveva: “I comunisti reagivano con furore alla rappresentazione di una rivolta di massa. Gli anticomunisti non mi perdonavano il fatto ch’io non l’attribuissi ad un risveglio di ideali liberali e capitalisti, quale non era”. Ma in questo libro ce n’è per tutti, non solo per i compagni. Per Mussolini, per esempio, che alla dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940 avrebbe “meritato una pernacchia”. Autore di migliaia di pagine, tutte scritte con la Olivetti lettera 22, il numero uno dei giornalisti italiani del secondo Novecento è stato un personaggio difficile da catalogare. Questa antologia di scritti ci aiuta a capirne la complessità.

Condividi l’articolo su:

Il “calciomercato”, storie di ordinaria follia

Percepire uno stipendio era l’eccezione e non la regola. Parliamo del calcio ai primi del secolo, quando l’idea del calciatore professionista era un’ipotesi fantascientifica perché

Pietro Mennea, un compleanno tra le stelle

Probabilmente non ci sono torte e candeline, nemmeno festoni e palloncini colorati. Nessuno ce li ha mai raccontati, i compleanni fra le stelle. Oggi però