L’intervista

Donato e l’atletica, un amore grande e ricambiato

Con l’ex capitano azzurro, ora apprezzato tecnico, parliamo degli Europei, del momento azzurro e di come sta cambiando la regina degli sport.

Monaco di Baviera chiama, la regina degli sport olimpici, sua maestà l’atletica, risponde. Campionati Europei, appena un mese dopo i mondiali di Eugene, perché il calendario impazzito del post pandemia presenta qua e là delle situazioni davvero atipiche. E può anche accadere che, valutando serenamente le proprie potenzialità, un atleta cerchi il picco di prestazione nella rassegna in teoria meno prestigiosa, giacché non tutti possono avere ambizioni di podio o di finale mondiale. Lo pensa anche Fabrizio Donato, 46 anni, la metà dei quali trascorsi sulle pedane del triplo, con qualche apparizione, tutt’altro che anonima, nel lungo. Nomini il triplo e ti viene in mente lui: nel 2000 era a Sidney, sedici anni dopo a Rio. Cinque edizioni dei Giochi Olimpici vissute da protagonista, con la perla del bronzo di Londra, e poi titoli europei all’aperto e indoor, Coppe Europa e titoli italiani a grappoli. Una longevità straordinaria, tanto più sbalorditiva in relazione alle caratteristiche della specialità. Hop, step e jump da assemblare come fossero un cocktail, tre balzi da armonizzare, tre momenti di un unico esercizio potente e virtuoso. Ci vogliono caviglie d’acciaio, gambe potenti e veloci, ci vuole un’alchimia che non sempre si trova, in verità quasi mai. Perciò a volte li vedi uscire dalla sabbia scuotendo la testa, abbozzando quel momento del salto in cui la posizione del busto non era corretta, maledicendo quello sbilanciamento costato un palmo o quella pedana cui han regalato troppi centimetri. Sono atleti un po’ speciali quelli del triplo e di norma non hanno carriere lunghe. Si obietterà che un anglicano evangelico londinese, tal Jonathan Edwards, oltre a spostare il record mondiale della specialità fino a 18,29, con un 18,44 ventoso e perciò mai consegnato agli archivi, si distinse anche per la caparbietà con la quale fronteggiò pedana ed avversari anche con i capelli brizzolati. Signori, quello era il più grande triplista di sempre, perciò eccezione. Eppure qualcuno nato nello Stivale, un frusinate alto e dagli occhi chiari, si è permesso il lusso di batterlo in più di un’occasione. Ora Fabrizio Donato, molto faticosamente, ha cessato di gareggiare, passando il testimone ai suoi allievi. Eh sì, perché l’amore tra Fabrizio e il triplo ha ancora bisogno dell’odore della sabbia, dell’adrenalina da gara, di quegli attimi infiniti che precedono una rincorsa. Ora lui guarda e prepara quelli del “polo di Castelporziano”, saltatori già bravi che devono andare oltre i limiti, già ragguardevoli, raggiunti fino ad oggi. Ci sono tre atleti delle Fiamme Gialle e ci sono anche due cubani, uno dei quali, Andy Diaz, sta saltando regolarmente oltre i 17, con picco a 17,68.
C’è anche la possibilità che un giorno Andy gareggi per l’Italia, ma su questo Fabrizio Donato non ha certezze: “È senz’altro una possibilità, ma il percorso non è così breve, né scontato. L’atleta ne sarebbe felice e naturalmente anche la Fidal. Vedremo. Intanto stiamo lavorando su aspetti tecnici, ma anche di gestione delle energie. Atleti del livello di Andy non possono fare tutte le gare, né possono pensare di fare 6 salti ogni volta che scendono in pedana. È opportuno dosare: in una specialità come il triplo non è un’opzione, ma una necessità”.

Quanta fatica fai ad essere dall’altra parte della barricata, tecnico e non più atleta?

“Tanta, ancora tanta. Sono passato per una fase intermedia, nella quale abbinavo i due aspetti, poi ho attaccato le mie scarpette al chiodo in via definitiva e mi sono calato appieno nella nuova veste. Per fortuna sono molto apprezzato, mi cercano atleti fuori dall’Italia e anche fuori dall’Europa. Avere nel mio gruppo di lavoro due atleti cubani m’inorgoglisce, inutile nasconderlo. La scuola cubana è da sempre all’avanguardia nel triplo. Se atleti di grande spessore decidono di lavorare con te, gli stimoli a migliorare e ad applicarti in modo scrupoloso vengono naturali. Applicazione e lavoro sono l’unica ricetta, i risultati devono esserne la conseguenza”.

In Italia ora c’è grande fermento, non solo nel triplo. Forse però i cinque ori olimpici sono stati un unicum non ripetibile…

“Credo che quell’exploit non sia stato figlio del caso, sebbene sia evidente che abbiamo centrato il massimo in ogni gara dove avevamo la possibilità di farlo. Nella marcia gli italiani hanno sempre vinto, perciò lo stupore è relativo. La rivoluzione è la velocità, e anche l’oro di Jimbo può essere stato in qualche modo sorprendente. La staffetta veloce poi è stata un capolavoro, perché dietro c’è stata programmazione. Se vincesse sempre la squadra con i quattro uomini più veloci, se fosse una semplice sommatoria dei quattro tempi individuali, la Giamaica e gli USA non perderebbero mai. C’è invece dell’altro e nell’altro siamo stati perfetti. Io però ritengo che il Covid, che tanti danni ha procurato al mondo, allo sport e al tessuto sociale, abbia in qualche modo favorito il nostro bottino di Tokio. L’Italia è stata la nazione più brava nella gestione dell’emergenza ed è riuscita ad allenare i suoi atleti quasi normalmente. Ovvio che delle limitazioni ci siano state, ma siamo stati bravi ad organizzarci anche a livello digitale, per dei confronti tecnici continui. Qualcuno magari l’avrà fatto anche controvoglia, ma credo che l’aver cercato di sfruttare ogni momento utile attraverso gli strumenti idonei, i soli possibili in quel momento, abbia poi dato dei vantaggi al nostro movimento. A Tokio i nostri sono arrivati al top della condizione, altri big mondiali non ci sono riusciti”.

Eugene è stato meno esaltante, ma tutto sommato ci siamo ben difesi. Promossi?

“Promossi senz’altro. Il nostro movimento ha confermato la sua crescita media. Non si può leggere un risultato solo in funzione delle medaglie. Abbiamo conquistato dei quarti posti e tanti piazzamenti in finale che sono significativi. La nostra atletica ha patito dal 2000 al 2010 un buco generazionale, ma poi sono sbocciati tanti talenti. Ora abbiamo moltissimi giovani interessanti , credo che il futuro sia roseo”.

L’Italia che salta, corre e lancia può imitare quella che nuota?

“Forse no. Nell’atletica alcune discipline hanno dei dominatori naturali, parlo dei caraibici e degli americani nella velocità e degli atleti africani nel fondo. In quelle gare eccellere a livello mondiale è quasi impossibile”.

In Europa però possiamo alzare la voce con più autorevolezza?

“Certamente la dimensione continentale è quella che può essere l’ideale per alcuni nostri atleti di punta. Tortu, che ha mancato di un soffio l’ingresso nella finale mondiale dei 200, a Monaco può puntare al podio. Anche altri sposteranno dalla finale al podio il loro obiettivo personale. Spero tanto nei nostri triplisti, hanno grandi chance. Certo, quel Pichardo portoghese di origine cubana chiude un po’ in faccia le porte dell’oro. Nella prossima edizione non è folle ipotizzare un podio tutto cubano, con un portoghese, uno spagnolo e un italiano tutti nati ai Caraibi. Quando questo avveniva solo nelle gare lunghe nessuno si stupiva più di tanto, con keniani naturalizzati dal Barhein o da nazioni europee. Ora fa più scalpore, ma quando tutto avviene nel rispetto delle regole non c’è motivo di lamentarsi”.

Tanti talenti e uno su tutti: il baby Furlani, saltatore in lungo e in alto. Ricorda Andrew Howe, atleta predestinato che poi colse meno di quanto avrebbe potuto. Dove può arrivare?

“Sul talento straordinario non si discute. Ha già realizzato misure che per le sua età sono sbalorditive. Francamente non mi sento di condividere la scelta di fargli doppiare, a distanza di pochi giorni, mondiali under 18 e mondiali under 20. Dinanzi ad atleti di questo tipo diventano essenziali la salvaguardia e la gestione del talento. Mi auguro che le scelte d’ora in avanti lo aiutino ad esprimere il proprio potenziale”.

Ragazzo di talento, capitano azzurro, tecnico apprezzato, uomo perbene. È bello parlare con Fabrizio Donato. Lo spazio è tiranno. La chiacchierata finisce qui, ma le emozioni continuano, tra corsie, pedane, barriere…

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