Il caso

A Viterbo scoppia la ‘guerra dell’acqua’, ricorso al Tar contro la privatizzazione di Talete Spa

Il Capoluogo e altri 5 comuni contro la cessione ad Acea del 40% delle azioni.

Chiara Frontini, sindaco di Viterbo

Infiamma nella Tuscia la battaglia di alcuni Comuni e dei Comitati civici contro l’ipotesi che la società Talete Spa (servizio idrico), oggi controllata da Provincia e Municipi, ceda il 40% delle proprie azioni ad un operatore privato (si fa apertamente il nome di Acea Spa).

Lo scorso mese di giugno, infatti, l’assemblea dei sindaci dell’Ato 1 “Lazio Nord – Viterbo” ha approvato a maggioranza un atto di indirizzo con cui si è di fatto dato il via libera alla controllata Talete di reperire sul mercato un socio privato a cui conferire il 40% delle proprie quote.

Ora dire no a tale operazione è il Comune di Viterbo, maggior azionista della Spa con il 21,48%, che ha annunciato ricorso al Tar contro la deliberazione che autorizza la cessione di quote.

A fianco del Comune capoluogo si sono schierati anche i centri di Tarquinia, Soriano nel Cimino, Sutri, Vasanello e Monte Romano.

Come aveva annunciato in precedenza il sindaco di Viterbo, Chiara Frontini, i sei comuni hanno presentato ricorso al Tribunale amministrativo regionale contro la privatizzazione di Talete, che invece viene ritenuta una mossa indispensabile da altri sindaci e dal presidente della Provincia, Alessandro Romoli, per fronteggiare le forti difficoltà di bilancio che la Spa sta registrando. Difficoltà insorte soprattutto dopo il rincaro dei costi energetici che non permetterebbero più alla società pubblica di far fronte ai pagamenti in assenza dell’apporto di capitali esterni e una nuova governance, perché – sia chiaro – chiunque sia il partner privato che arriverò nel board di Talete, chiederà di poter amministrare la società forte della sua esperienza nel settore.

Da mesi, infatti, gli aumenti stratosferici delle bollette elettriche stanno mettendo a rischio la sopravvivenza della Spa e questa imminente crisi ha fornito gli argomenti utili a far passare la delibera sulla privatizzazione: “nelle attuali condizioni finanziarie della società non c’è alternativa alla messa sul mercato” si è detto.

Contrari ad una simile operazione anche i comitati per l’acqua pubblica che chiedono invece di rivedere completamente il piano aziendale e le prospettive per il futuro, puntando il dito contro anni e anni di asseriti mala gestione, clientelismo e morosità che ha fatto registrare, quest’ultima, il record del 30%.

Il Coordinamento regionale per l’acqua pubblica del Lazio ha anche denunciato come alcuni sindaci stiano valutando la fattibilità dell’accorpamento di Ato 1 (Viterbo) in Ato 2 (Roma) – servirebbe comunque una legge regionale -, paventando che questa potrebbe essere la mossa definitiva per l’ingresso di Acea in Talete e dunque per la nascita dell’Ato unico. Il Coordinamento ricorda ai sindaci, che guardano all’Ato 2, come tale scelta vorrebbe dire finire nelle braccia di Acea elencando tutti i problemi già fatti registrare da tale gestore sia in provincia di Roma (depauperato il lago di Bracciano) che in provincia di Frosinone (tariffe alle stelle e perdite idriche fuori controllo): “Chiedere l’Ato Unico – dicono dal Coordinamento – significa fare un palese favore a un’azienda inadatta a gestire il servizio idrico e mettere una pietra tombale sulla Legge regionale d’iniziativa popolare 5/2014 per la tutela, governo e gestione pubblica delle acque, che si basa su una naturale e razionale gestione relativa all’ambito del singolo bacino idrografico e quindi su una gestione relativa ai singoli fiumi e laghi del Lazio”.

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